Marialuisa Cortesi racconta la sua esperienza a bordo della Sea-Eye

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Ho partecipato alla “mission 9” della ong tedesca Sea-Eye imbarcandomi insieme ad altri 8 volontari per due settimane dal 06/07/17 al 20/07/17, su un ex peschereccio che aveva navigato acque baltiche ed ora risulta adibito al rescue con base a Malta e bandiera olandese.

Avevo bisogno di vedere e capire, in mezzo a tutte le polemiche recenti sul ruolo delle ong nelle acque internazionali, cosa realmente accadesse e ne ho avuto occasione. Inoltre ero interessata a svolgere un reportage fotografico che completasse un progetto legato ai profughi iniziato a Lampedusa precedentemente.  Abbiamo navigato sempre oltre le 12 miglia dalla costa libica in continuo contatto con mrcc di Roma ( maritime rescue co-ordination centres ) che ogni giorno inviava messaggi chiedendo la collaborazione delle navi presenti in zona SAR nell’assistere e segnalare la presenza dei rifugiati. Sulla Sea-Eye ognuno aveva dei compiti e dei turni di lavoro affinché si potesse monitorare la rotta di navigazione, mangiare, riordinare la nave e quando necessario al segnale “all-hands” prepararsi all’avvicinamento ed all’assistenza dei rifugiati.

 

C’è stato un momento particolarmente intenso che avete vissuto?

Vorrei raccontare come ho vissuto il primo di questi incontri con i rifugiati. Mi ero svegliata alle quattro per supportare nel turno mattutino Georg e Ralph che avrebbero avuto il watch turn più impegnativo quello che iniziava alle 04.00 e terminava alle 08.00 am. Non appena l’alba ha concesso noi le prime luci abbiamo preso i binocoli per iniziare l’osservazione. Ore ed ore di controllo dell’orizzonte in un mare di cui non vedi i confini, né capo né coda, onde sempre uguali a sé stesse e tutto dello stesso colore uniformemente argenteo. La prima cosa che ho visto muoversi era una barchetta di pescatori, falso allarme per me intenta a cercare altro. Solo in seguito ne ho capito il significato e la presenza. Ho continuato a perlustrare il confine visibile con il binocolo dove ogni metro è uguale all’altro, tutto ha le stesse minuscole dimensioni immerso in un continuo ondeggiare.

Ad un certo punto intono alle 06.45 mi è sembrato di vedere qualcosa che sembrava un‘ onda ma era leggermente diversa. Ho continuato a guardare lo stesso punto e per qualche istante non ho più visto nulla di diverso dal mare, pensavo di essermi confusa ma nonostante questo ho creduto alla prima impressione e continuato a fissare con il binocolo la direzione che mi aveva destato interesse e ho nuovamente rivisto una difformità. Ho così chiamato sia Georg che Ralph ed abbiamo lavorato insieme condividendo l’osservazione dell’area. Piano piano quel puntino che sembrava confondersi con il mare si è rivelato un‘ imbarcazione e solo dopo abbiamo verificato fosse un gommone con dei rifugiati. E‘ stato un momento veramente carico di emozione sottolineato dalla sirena fatta suonare da Georg, il richiamo “all-hands” che avrebbe svegliato l’equipaggio affinché si presentasse sul ponte pronto con casco, giubbotto di salvataggio ed al posto stabilito nei giorni iniziali passati ad allenarci per questo momento. Mentre in plancia segnavano posizione e aggiornavano il giornale di bordo abbiamo messo in acqua il nostro rib ed iniziato un prudente avvicinamento dei rifugiati che inizialmente sembravano terrorizzati perché pensavano fossimo guardie libiche!

Gli abbiamo mostrato i giubbotti di salvataggio e fatto cenni perché si fermassero e spegnessero il motore per poter dialogare. Abbiamo trovato 153 persone tra cui 16 donne e 2 bambini senza acqua né cibo diretti verso un generico nord cui non sarebbero mai arrivati essendo poca la benzina per il loro motore ed in notevole sovraccarico il gommone. Una volta stabilito il contatto abbiamo per prima cosa fornito loro i giubbotti di salvataggio di cui erano totalmente sprovvisti. I giorni successivi ho visto qualcuno talvolta indossare un giubbotto di salvataggio cinese acquistato in Libia prima di partire, pagato il triplo del suo valore ma che non avrebbe galleggiato salvandolo poiché all’interno vi si trova semplicemente una spugna alveolata che ricorda il materiale da cantiere edile.

Mentre facevamo la spola con il nostro rib tra la sea-eye ed i rifugiati, dei pescatori si sono avvicinati al gommone e lo hanno privato del motore portandoselo nuovamente in libia forse per rivenderlo ad altri scafisti. Parallelamente la mrcc di Roma è stata informata del numero e della posizione dei migranti ed ha iniziato a cercare un mezzo che venisse a prenderli e  che è sopraggiunto alle 21.45. La nave era di un’altra ong, la Open Arms, con il ponte già strapieno di migranti recuperati in altre posizioni ma da Roma non è stato possibile predisporre altro in quella giornata densa di sbarchi. Non deve essere difficile immaginare quanto sia stato arduo attendere così tanto tempo, dall’alba fino alla notte assistendo queste persone impaurite dall’acqua, provate da mesi ed anni di viaggio, fame, deserto, sete, violenze, torture, prigionia e che non mangiavano da tre giorni in attesa di partire. Man mano che passavano le ore qualcuno sveniva, altri collassavano. Le donne gravide, le madri con i bambini e chi rischiava di morire sono stati portati sulla nostra imbarcazione ed accuditi nell’infermeria. Qualcuno non sarebbe sopravvissuto senza questa assistenza medica. Se ci ripenso ora con la lucidità che il tempo concede e sostituisce la reazione operosa ed immediata, posso finalente concedermi la commozione trattenuta durante l’emergenza.

 

Le giornate impiegate nel recupero dei rifugiati sono uguali tra loro o si differenziano?

I giorni successivi al primo recupero si sono svolti in modo similare ma con più imbarcazioni di rifugiati presenti nella nostra area, ulteriore impegno nostro nell’assistenza, molta collaborazione con la Juventa poiché era la sola altra rescue boat presente oltre a noi in zona coinvolta nel recupero sinergico di più di 5000 persone e maggiore organizzazione da parte della mrcc Roma che ha mandato mezzi della guardia costiera, una nave militare irlandese ed una tedesca per imbarcare i rifugiati e dirigersi a Pozzallo o altri porti loro indicati.

 

La missione che Sea-Eye si propone è molto impegnativa a livello umano e psicofisico, ci sono stati momenti belli e momenti brutti?

Un momento per me inquietante è stato ritornare il giorno dopo sul luogo del recupero dei rifugiati e vedere i resti dei gommoni semi-affondati con oggetti appartenenti a questi ragazzi galleggiargli intorno. Mi son resa conto della fragilità umana e della fortuna che hanno avuto queste persone nell’incontrarci evitando di finire in mare per una rottura del gommone o del motore.

Un momento bello che ricordo riguarda il tempo passato con Belle una bambina nigeriana di 5 mesi arrivata con la madre che esausta si è addormentata sulla nostra barca potendo finalmente dormire il primo sonno tranquillo e senza pericoli da quando aveva lasciato il suo paese. Abbiamo giocato insieme ed era felice di poter finalmente stare un po‘ all’ombra, gattonare ed intrattenersi giocando come molti lattanti con i suoi stessi piedi o con le mani. Avevamo già familiarizzato ma ad un certo punto quando l’ho presa in braccio ha iniziato a fissare le mie mani, forse non ne aveva mai viste di così chiare ed era come sorpresa che ne esistessero di quel tipo. E‘ stato un momento subito superato e non le ha più lasciate fino a sera.